La finta pax cinese in Sudan del sud

Il secondo round degli accordi di pace tra il governo del Sudan del sud del presidente Salva Kiir e i ribelli dell’ex vicepresidente Riek Machar ieri era appena iniziato, e già Associated Press rivelava che il cessate il fuoco, l’unico risultato raggiunto durante il primo round di accordi a fine gennaio, in realtà non è mai stato rispettato.
20 AGO 20
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Il secondo round degli accordi di pace tra il governo del Sudan del sud del presidente Salva Kiir e i ribelli dell’ex vicepresidente Riek Machar ieri era appena iniziato, e già Associated Press rivelava che il cessate il fuoco, l’unico risultato raggiunto durante il primo round di accordi a fine gennaio, in realtà non è mai stato rispettato. Le violenze, che sono iniziate il 15 dicembre e che secondo alcune ong hanno provocato più di 10.000 morti nel primo mese, sono rallentate per pochi giorni dopo gli accordi, poi le vittime hanno continuato a contarsi a decine, i ribelli hanno continuato ad avanzare, il governo a rispondere con bombe a grappolo. Il fatto è che a costringere intorno al tavolo i combattenti riottosi non è stato l’Onu, inerte e sbeffeggiato dal presidente Kiir, non è stata l’Unione africana, che nel Sudan del sud si è mossa senza unità, ma un gruppo ristretto di potenze le cui preoccupazioni sono dirette più alle imponenti risorse petrolifere del paese che alla macelleria dei civili – la prima è la Cina. Pechino è stata eccezionalmente influente in questi due mesi di crisi, ha lanciato ingiunzioni, inviato funzionari diplomatici. I cinesi hanno fortissimi interessi nei giacimenti di Juba (e nel Sudan del nord, che ha i porti e le infrastrutture e che senza il petrolio del sud rischia il collasso) e dall’inizio della guerra civile hanno visto la produzione petrolifera scendere del 20 per cento. Meglio costringere i combattenti alla pace – anche finta, in cui possono continuare i massacri, ma che non disturbi gli affari.